KEUM-HWA CHOI
SCULTRICE IN CONTINUA METAMORFOSI

In molte credenze diffuse tra i popoli della terra la pietra ha uno stretto rapporto con l'anima. Da cio' deriva la sacralita' della pietra. Per questo i templi debbono essere costruiti in pietra. Per questo il mondo intero e' colmo di immagini divine in pietra, venerate spesso con rituali che affondano le loro radici nella notte dei tempi.

Del resto, come tutte le cose cadute dal cielo, le pietre hanno assunto in piu' di un caso il ruolo di mediatrici tra l'uomo e la divinita', come fu per l'Omphalos di Delfi e la pietra nera di Cibele ed ancora oggi e' per l'omologa pietra nera conservata nella Kaaba della Mecca.

Insomma il ruolo che la pietra ha avuto nelle mitologie dei vari popoli e' tutt'altro che secondario. Essa e' stata piu' volte considerata fonte di vita. Basterebbe ricordare il mito greco di Deucalione e Pirra, che, sopravvissuti al Diluvio, ripopolarono di uomini la terra, appunto gettandosi alle spalle pietre. Forse per questo nel mito di Prometeo, progenitore del genere umano, si sostiene che alcune pietre hanno conservato l'odore umano.

Ma tali rapporti tra l'uomo e la pietra non appartengono solo al pensiero mitopoietico occidentale. Essi sono testimoniati anche in Oriente. Non solo in Cina si diceva che Yu il Grande era nato da una pietra, evento che poi si ripete' per il figlio Ch'i, ma anche in Vietnam si assegnava un valore umano alle pietre: i contadini, infatti, un tempo erano convinti che una pietra colpita dalla zappa sanguinasse.

E' chiaro che gran parte della statuaria raffigurante l'uomo deve la sua origine dalla convinzione, a lungo radicata nel profondo della psiche, che esista uno stretto rapporto tra pietra e uomo. L'effigie di un uomo in pietra altro non e' che un modo di rendere eterna la memoria di lui, ossia un modo di sconfiggere la morte. Per gli Egizi, anzi, era un modo per far ritrovare una dimora all'anima, o spirito vitale (ka), che al momento della morte aveva abbandonato il corpo: i Faraoni si facevano fare sculture delle loro sembianze a tal fine. Per questo la Valle dei Re presenta quelle due ali di "convitati di pietra" che hanno le sembianze dei Faraoni succedutisi nelle diverse dinastie.

Scolpire e', quindi, un atto di vita. 0, per meglio dire, e' un modo di trasmettere vita alla materia inerte che si scolpisce. Lo intuirone i Greci a il grande Michelangelo. i primi, infatti, ci hanno consegnato il mito di Pigmalione, che ottenne dagli Del la trasformazione in essere vivente della statua da lui scolpita e di cui s'era innamorato. I1 secondo. dopo aver terminate il Mose', com'e' noto, lo colpi' con una martellata, esclamando:"Perche' non parli?".

Naturalmente in ciascun caso si tratta di una proiezione dell'inconscio. Una proiezione che fa si' che 1'energia vitale dell'artista venga trasmessa nell'opera. E' tutto qui il mistero dell'arte, che appunto ha la sua genesi nell'inconscio, ma si concretizza nell'atto del trasferimento delle energie vitali dell'artista nell'opera.

Per comprendere il discorso che Keum-Hwa Choi sta conducendo da anni in scultura, va tenuto ben presente quanto succintamente ricordato qui sopra.

La nostra giovane coreana da quando e giunta nel 1985 a Carrara, citta' del marmo, per studiare nella locale Accademia di Belle Arti, ha sempre piu' messo a punto la sua ricerca plastica, basata su una concezione profondamente animistica dell'universo fenomenico ed esistenziale e dell'universo cosmico, come da un lato stanno a testimoniare (Cielo, Un angolo del mondo, 1988; Mare e nuvole, Albero rotto, 1989; lncontro di mare e nuvole, Onde, 1991; Lungo viaggio, 1993) e dall'altro lato le due versioni di Unione (quella del 1988 e quella eseguita nel 1993 nel Simposio di Muju in Corea) e le due versioni di Buco nero (la piccola e la grande, realizzata nel Simposio di Erba in Italia, ambedue del 1992).

Ovviamente il fluire dell'acqua e conseguenzialmente del tempo (quest'ultimo metaforicamente rappresentato dalle foglie secche) ha sempre interessato Choi. E se in un caso, quello del citato Lungo viaggio, in cui appunto vengono rappresentate tre foglie trascinate dalla corrente di un corso di acqua, ella ha inteso identificare il fluire del tempo nel Viaggio delle tre foglie, in un altro caso (Il tempo, 1994) ella ha voluto raffigurare l'incessante sedimentazione del tempo in un migliaio di foglie di terracotta ammucchiate l'una sull'altra, come fossero simbolicamente i giorni della vita che e' passata, o i granelli di polvere dell'esistenza che si deposita giorno dopo giorno sulla terra, creando una sorta di work in progress di suggestiva inventivita' che rasenta la variabilita' configurativa propria delle opere nelle installazioni.

Dunque, il parlar per metafora di Choi scaturisce dalla sua concezione animistica, quella concezione che fa diventare una lampada e un paio di scarpe abbandonate a terra segnale di un momento esistenziale, quello appunto del Tempo di riposo, certamente riconducibile all'autobiografia dell'artista, riferita all'anno di esecuzione che e' il 1988.

E' innegabile che in parecchie opere di Choi traspaia una sacralita' ancestrale. A me pare che questa sacralita' venga meglio evidenziata nelle opere con alberi, i quali, come e' noto, hanno profondi significati connessi ancora una volta con la vita e con l'anima. E non e' per caso che Choi abbia intitolato un'opera de] 1990, raffigurante appunto un tronco di albero legato con una corda che si e' spezzata ad un'estremita', Vecchio confine.

Certo in questo caso non si tratta soltanto di un segnale territoriale, bensi' anche di un vecchio confine attinente alla sfera delle remote credenze magiche, nelle quali sia l'albero che la corda avevano significati pregni di spessori vitali e simbolici.

Anche quella sorta di Albero della Cuccagna, noto simbolo dei generosi doni della terra, che e' la scultura monumentale che svetta nel Padiglione Energy Park del Taejon Expo '93 di Corea, Cielo-Terra-Uomo(1993), presenta profondi risvolti sacrali, in quanto, collegando la Terra con il Cielo, assume valore di Albero Mistico, ovvero di Asse del Mondo, che e' alla base di tante credenze religiose e foicloristiche.

Del resto, che Choi assimili l'albero all'uomo lo attestano numerose sue opere, e non solo quella di maggior manifestazione di tale identificazione, cioe' Ragazzo nell'albero del 1994, dove il ragazzo c'e' ma non si vede, e non si vede non tanto perche' e' nascosto dalla chioma dell'albero, ma perche' l'albero stesso e' concepito come un uomo chiomato; ma in tutte quelle sculture in cui l'uomo viene visto come corteccia svuotata(Una guardia incompleta, 1989; Riposo, 1991; Maschera, 1992; Una guardia, Pensiero, 1994). In talune di queste opere (contrariamente a quanto sostiene il detto:"L'abito non fa il monaco") sono i vestiti a far l'uomo, ossia sono i vestiti a dar sembianza di uomo all'assenza dell'uomo. Un cappello, una giacca, dei pantaloni, del guanti costituiscono la divisa della guardia che e' incompleta perche' svuotata della sostanza umana. In questo caso, come negli altri, Choi ci vuol dire che purtroppo nel mondo in cui viviamo e' piu' I'apparenza ad aver valore che non 1'essenza. Cioe' l'uomo ha perso la sua identita' per assumerne un'altra, che e' quella del suo ruolo sociale, per cui nasconde le sue vere sembianze dietro una maschera.

I1 concetto e' junghiano. Rifacendosi, infatti, al termine latino per maschera, che era appunto persona, Jung parlava di comportamenti "personali', per indicare quelli che ogni individuo assume per apparire nella societa' e nella vita.

Choi va addirittura oltre. Per lei l'uomo non di rado e' una marionetta, che tale e' diventato per le trappole esistenziali da lui stesso create, trappole che lo svuotano e lo sfiniscono (Marionetta stanca, 1990). E inutili sono i tentativi di fuggire da questa ormai fatale condizione (Fuga della marionetta, 1992).

Come si puo' arguire da questi pochi esempi, il discorso di Choi e' piuttosto articolato, e lo e' non solo perche' la giovane scultrice coreana, come e' usuale in tutti i giovani, sta saggiando le varie strade dell'espressione artistica alla ricerca di quella che per lei dovra' esere la via maestra, ma anche perche' la sua concezione animistica, come si addice appunto a tutto cio' che ha a che fare con l'anima, rende la sua scultura estremamente mobile e mutevole. Di qui proviene il costante metamorfismo del fare di Choi, che di recente pare abbia cominciato a scoprire che all'interno deliinvolucro puo' esserci un tesoro (Scatola di tesoro) e che la corteccia qualche volta puo' contenere nuova vita, com'e' in Dea in metamorfosi.

E' chiaro che Choi s'e' dovuta col tempo, attraverso il lavoro, un duro e diuturno lavoro, dotare di una manualita' confacente alle sue esigenze espressive, liberandosi delle incertezze esecutive dei primi tempi, quando tali incertezze influenzavano anche le idee, che talvolta apparivano semplificate e altre volte finivano per risolversi in soluzioni un po' barocche (e penso soprattutto a Mare e nuvole del 1989 ed a Incontro di mare e nuvole del 1990), anche se l'istinto imitativo ha spesso salvaguardato Choi da certe ingenuita' ideative, guidandola in gustosi risultati, com'e' stato nel 1988 col libro sul cuscino di Quello che rimane, incunabolo di opere posteriori, nelle quali il libro, con un tocco di sapida ironia, prendeva il posto della testa (Dottore, 1992; Professore, 1994).

La conquistata tecnica manuale ha arricchito anche il senso decorativo insito in Choi da sempre, come stanno a testimoniare la ragnatela di Un angolo del mondo, la tramatura dello pneumatics di Fuga della marionetta, nonche' le superfici di piu' recenti sculture, quali Scatola di tesoro, che contiene un anello di pietra, e la squamata Dea in metamorfosi.

Scultrice ricca di idee, che, nonostante scaturiscano da una filosofia personale, sanno toccare anche tasti ironici, Choi s'e' avviata, soprattutto negli ultimi due-tre anni, verso una maturazione stilistica che e' riuscita sovente mettere a frutto la sua ricca e delicata sensibilita' per le superfici lavorate, come le due versioni di Buco nero ed ancor piu' Lungo viaggio stanno ad attestare. Una maturazione stilistica che lascia ben sperare per il futuro di questa scultrice, ancor giovane, ma gia' ricca di passato creativo.

Critico d'Arte / Professore dell'Accademia di Belle Arti di Roma
Giorgio Di Genova